Il 29 ottobre è la data che mi ricorda la tempesta. Sto pubblicando un percorso visivo fatto di testi e foto originali, e qui trovi l’indice per andare rapidamente alla foto che ti interessa.

Foto n. 1 – la sorpresa.Foto n. 2 – azzurro.

Quando si è scatenata la tempesta Vaia, con la sua massima intensità il 29 ottobre 2018, lessi diversi articoli sui media sociali. Notai che quelli scritti da persone residenti in montagna lasciavano trasparire una grande sofferenza, espressa però con molta discrezione.
Lo notavo dall’uso di parole altisonanti riferite agli alberi caduti, e, ricordo, dall’uso delle maiuscole in parole riferite ad esseri inanimati come gli alberi.

Anche l’abete ha le sue ferite: quando un ramo viene tagliato, produce la resina per proteggere la ferita. Dalla resina raccolta e mescolata con la cera d’api ottieni una pomata che in ladino si chiama “pregóto”.

Nelle due estati successive ho camminato molto nei boschi: in alcune zone mi sono trovato di fronte ad isolati alberi caduti. In altre, interi tratti di bosco messi a terra.
Mi sono anche perso (e poi ritrovato) cercando di attraversare alcuni tratti di bosco schiantato.

Qualche giorno fa, mentre leggevo, avevo sulla parte sinistra della scrivania il disegno di un albero. In un istante, improvvisamente, mi sono tornate alla mente tutte le immagini del bosco che, camminando, mi avevano colpito e avevo catturato con la fotocamera.
Sono tornato al mio archivio fotografico con molta curiosità per rivedere quale nuova riflessione si aprisse.

Uno schianto drammatico: non solo l’albero è abbattuto, ma, sventrato dal basso verso l’alto, apre a ventaglio il tronco scoprendone il cuore più antico.

Ho così selezionato, tra centinaia, un percorso visivo di 50 foto sul bosco, sugli alberi schiantati, sul legno innaturalmente squarciato. E poi altre sul legno consumato naturalmente dal tempo, dal sole e dalle intemperie. E, infine, sul legno ordinatamente tagliato e lavorato dall’uomo per i tetti, le porte, le case.

In ognuna di queste forme il legno mi ha sempre affascinato. Perché? Non ho una risposta pronta. Desidero invece descrivere, immagine per immagine quello che mi ha colpito. E condividerlo.

Quante volte mi fermo davanti al legno vecchio delle porte delle chiese: aspetto che il sole arrivi di taglio e clic! Mi porto a casa un pezzo di Dolomiti nella fotocamera.

Mi piacerebbe che questo percorso visivo si arricchisse dei commenti dei visitatori, sia di chi ha vissuto i momenti della tempesta Vaia, o le sue conseguenze, sia di chi semplicemente si trova guardare una o più immagini di questo percorso.

E resta colpito da una forma, dai colori, da qualcosa che gli viene evocato.

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Senza parole.

I vostri commenti mi aiuteranno a raccontare le Dolomiti, il bosco e la tempesta. Siete pronti? Partiamo!

Ecco la prima foto con il mio commento. Se vuoi, puoi commentare anche tu, usando i campi in fondo alla pagina.

Foto n. 1: la sorpresa

Ecco la mia sorpresa nel vedere capovolto un abete, un albero che nella mia mente è sempre in piedi.

L’abete mi ricorda le mie origini. La solidità.

Sotto, le radici nascoste, danno vita ai germogli in primavera, tengono saldo il tronco all’infuriare del vento, almeno fino a quel vento del 29 ottobre 2018.

Ho fatto vedere questa foto, senza commentarla, a dei bambini e la prima cosa che mi hanno detto è: le radici sono nude. Vederle ora così, all’aria, mi impressiona.

Non ricordavo di aver scattato questa foto. L’ho rivista a distanza di quasi due anni e ho capito le domande che le rughe nella mia fronte non riescono, forse, ad esprimere.
Cosa ne sarà dell’albero?
Cosa sente una persona sradicata dalla sua terra? Staccata dalle sue radici?

Ricordo nitidamente il giorno in cui mio padre mi insegnò a spaccare la legna: prendeva l’ascia dal manico lungo, il pezzo di faggio troppo grande per metterlo nella stufa e mi insegnava a scrutare le crepe lungo le venature. Se colpisci esattamente lungo quelle crepe, mi diceva, vedrai che il legno risponde e si lascia spaccare senza fatica. È proprio così.

Da quanto lontano nel tempo viene questo insegnamento, che trascrivo qui, ora?

Ecco, il destino di un abete abbattuto, è un destino buono, già segnato: viene lavorato dal boscaiolo e, in parti, portato vicino alle case, dove qualcun altro se ne prenderà cura. Nei pomeriggi d’ottobre, mentre l’aria frizzante si azzuffa con i caldi raggi di sole, il tronco viene ridotto in pezzi di legna da ardere.

Quanto mi piace, mentre fatico a spaccare la legna o a preparare le schegge per accendere la stufa, pensare al tepore del fuoco al rientro a casa.
Ma guardando un albero abbattuto, così in alto, dove nessuno avrà il tempo o la convenienza di andarlo a prendere, mi arde la curiosità di sapere cosa gli accadrà.

La natura gli ha preparato un destino diverso.

E, nelle prossime foto vedremo insieme qualche frammento di questo nuovo, imprevisto, sentiero.

Foto n. 2 – azzurro.

Una delle immagini che porto nel cuore tutto l’anno: abeti e larici che si slanciano verso un cielo di un azzurro irresistibile.

Questa degli alberi che si slanciano verso il cielo è una delle foto che vorrei scattare ad ogni escursione. Ne avrei così decine.

Le piante si slanciano così in alto che non ho obiettivi che possano cogliere contemporaneamente le radici, il tronco e la cima. Forse non sono un fotografo così esperto. Devo scegliere se inquadrare in basso, parte del tronco, o la parte più alta e le cime.

Qui si stagliano verso il cielo di un azzurro irresistibile, e che nostalgia guardarlo ora in questo grigio ottobre.
Prima della tempesta non pensavo agli alberi abbattuti: era talmente normale vederli in piedi. Le immagini dei boschi devastati mi ha colpito. Forse ha colpito molti. Mi lasciano l’impressione che si sia rotto qualcosa di immutabile, qualcosa di definitivo.

Gli addetti ai lavori boschivi sono pochi e un po’ li invidio: stanno all’aria aperta, abbattono alberi per produrre legname o per fare manutenzione del bosco. Un abete è su e zac-zac, viene giù. Lo vedono in pochi, scendere a terra secondo una traiettoria prevista, disciplinata. Penso occorra molta fatica abbatterne uno in modo che cada senza far danni. Poi un altro. E così via.

Invece, dopo la tempesta, molti sguardi si sono posati sui tronchi a terra, abbattuti in modo disordinato, uno sull’altro. Mi è spiaciuto vederli così, tutti insieme. Che spreco.

Ecco perché questa foto è diventata così attraente per me. È il contrasto. È una immagine di stabilità: questi larici e abeti che puntano verso il cielo mi ricordano quanto ho bisogno di appoggiarmi a qualcosa che sia ben radicato in terra e porti il mio sguardo verso l’alto.

Senza temere alcuna tempesta.

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2 commenti

alberto piva · Ottobre 22, 2020 alle 9:11 am

Pensare alla natura è un esercizio importante, spesso disatteso. Ci viene spontaneo quando siamo immersi nella natura stessa, e davanti alla maestosità di un albero , alla sua forza silente, alla vita e alla storia che rappresenta personalmente non riesco a farne a meno. Mi rilassa, sento che le mie energie aumentano, respiro più lentamente e più a fondo. Ma quando siamo presi dagli mpegni della vita di tutti i giorni, passa in secondo piano. Sarà capitato a molti, come è successo a me, di provare dispiacere… di più, vero e proprio dolore se lo spettacolo davanti agli occhi è quello di un albero schiantato, come è successo dopo la tempesta che tanto ha danneggiato i nostri boschi. Ma è utile, ci serve a capire quanto siano importanti per la nostra vita e come inaspettatamente siamo legati a loro, anche se spesso ce lo scordiamo . Grazie per la tua iniziativa, e facci avere il tuo percorso fotografico: ci aiuterà a dare il giusto spazio al nostro rapporto con la natura e la montagna.

    Enrico Tiziano Belli · Ottobre 22, 2020 alle 1:19 pm

    Grazie, Alberto, per il tuo appassionato contributo.

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